È un gioco solare in un intreccio di suadenze

Un sigaro che sa di leggenda e due famiglie antiche. I soci del Cubano, questa volta, sono davvero quartati. La location, in primis: lo scorcio più suggestivo di Parma. Un corner che inquadra le geometrie del Battistero, la monoliticità del Palazzo vescovile, l’austerità della Cattedrale. Un palazzo avito di una delle famiglie parmigiane dipiù lunga e consolidata tradizione: i marchesi Dalla Rosa Prati. La casa, risalente al 1222, in realtà era di proprietà della famiglia Adami e diede i natali a un personaggio rimasto nella storia parmigiana e italiana, il più celebre cronista del medioevo, Fra’ Salimbene. Due secoli dopo l’edificio passò di proprietà a un’importante famiglia, i Prati.
Un casato che assunse il doppio cognome durante la ducea di Ranuccio I Farnese e che espresse nei secoli illustri togati tanto da meritare, per un suo discendente, il riconoscimento di un monumento funerio nella Cattedrale stessa. Ma per ritrovare le caratteristiche architettoniche del palazzo, manifestazione dell’arte più prestigiosa dell’epoca, è necessario arrivare alla seconda metà del ‘700 con il balcone della facciata arricchito in ferro battuto, i giochi degli archi del cortile, l’ampio salone del primo piano abbellito da dipinti di Benigno Bossi, ora ai piani alti un elegante residence composto da stanze arredate con un gusto pari alla vista che si puo godere dalle finestre. Ci attende un discendente della famiglia: Vittorio Dalla Rosa Prati, responsabile dell’attività. È il momento di aprire le pagine un libro con un’altra storia. Quella della famiglia Modica. Quella di Bufalefi. Il nome Bufalefi (o Bufaleffi) quasi sicuramente deriva dall’arabo Buhu-lesy. Laddove il prefisso Bu, che indica la paternita’, rimanda al soprannome, ovvero alla kunya, il patronimico onorifico assai frequente nella onomastica araba. Oggi Bufalefi è sinonimo di Nero d’Avola e centro dell’area di produzione della Doc Eloro. Poi le mandorle, le c1assiche avolesi: pizzuta, fascionello, romana. Mandorle molto apprezzate nella produzione dolciaria di alta qualità. Ma non dimentichiamoci dell’ulivo, che con il suo colore verde e il suo olio profumato arricchisce questa terra. E nella tenuta di Bufalefi dell’Azienda Modica di San Giovanni si produce la maggior quantità di olio extravergine d’oliva della sottozona Val Tellaro della Dop Monti Iblei. La famiglia Modica: un legame misterioso e fittissimo con Bufalefi.
Ora l’azienda è nelle mani e nella testa di Felice, critico letterario e, da un lustro, imprenditore agricolo insieme alla moglie Flavia e ai figli Alessandro e Giulia. Con loro lo slancio del Nero d’Avola: «Centinaia di migliaia di ettolitri di vino nero come l’inchiostro erano diretti Oltralpe, a rinvigorire il nerbo di vinelli esili e stenti. C’era un tesora in quel nero da taglio (che si poteva affettare con il coltello!) e, come spesso accade con le cose di Sicilia, i siciliani non se n’erano accorti. Lo capirono presto i piemontesi, che fino agli anni 60 calavano con le autocisterne. Quel vino lí era roba per uomini forti. Nero e denso, carico di tannini, alcolico ed energetico». Eccolo, allora, in due versioni classiche: Arà (il Nero di punta, affinato un anno tra acciaio e barrique) e Filinona (affinato in vasca sei mesi). Poi l’idea un po’ folle di una versione passita del Nero d’Avola, il Dolcenero.Quel vino era roba riservata agli uomini forti
Vigne oltre il mezzo secolo, selezione manuale degli acini. Arriva il momento del protagonista principale della storia. Per lungo tempo il sigaro più misterioso di tutta Cuba, ha visto la luce nel 1998, dando così ufficialmente vita alla marca Trinidad. In realtà, la marca esisteva già da tempo, ma era riservata unicamente al Lider Maximo, che ne faceva dono alle personalità in visita. In origine, il sigaro era identico al Lancero di Cohiba (Laguito No. 1, 192 x 38 Rg), eccezion fatta per la capa, più scura e con un diverso grado di maturazione. Con la commercializzazione della marca, però, il Trinidad è stato leggermente modificato nel grueso, che è passato da 38 a 40 (con innegabili benefici sul tiraggio) e ha visto la nascita della nuova vitola Laguito Especial (192 x 40 Rg).
Veniva proposto in cabinet di legno grezzo da 24 e 50 pezzi a un costo che per l’epoca era stratosferico. Oggi le cose si sono un po’ assestate e non solo la marca Trinidad e cresciuta (nel 2004 sono arrivate tre nuove vitolas), ma anche il Fundador è stato rivisitato, nel look dell’anilla, nel confezionamento (il cabinet è diventato verniciato con pezzatura da 12 o 24 sigari), nella capa (nettamente più scura e oleosa) e, probabilmente, pure nella ligada. Per questo abbinamento abbiamo scelto uno dei primissimi Trinidad Fundador: un sigaro del 1999 proveniente da un cabinet da 24, in perfetto stato di maturazione, realizzato a El Laguito. Abbiamo scelto un esemplare del genere sia per verificare la receta originale Trinidad sia per analizzare quanto la maturazione possa giovare a un sigaro giocato più sulla finezza aromatica che sull’intensità. I primi Trinidad, dopo la curiosità iniziale, sono stati bocciati senza appello. A torto, a nostro avviso. Infatti, ancor più che i Cohiba, questi sigari hanno bisogno di non meno di cinque anni per esprimersi al meglio, diversamente si fa un torto a loro e a noi stessi. Questo Trinidad Fundador, con ben sette anni di affinamento, denota combustione e tiraggio perfetti, come dovrebbero avere i veri Avana, ormai lontani dagli eccessi di oggi. La fumata e cremosa ed elegante, ma tutt’altro che eterea. Anzi, dal primo terzo esprime un carattere tutt’altro che effemminato. La parentela con il Lancero è evidente, ma nel Fundador c’e una maggiore rotondita, un corpo più flessuoso. L’affinamento ha giovato tantissimo, perchè il sigaro è elegante e molto lineare, con un’ evoluzione nettamente apprezzabile dalla prima all’ultima boccata. Se doveva essere una prova di appello è stata perfettamente superata. Funziona, quasi fosse un Porto, anche il Dolcenero 2004, da uve stramature, come recita la controetichetta, un vino da dessert che ci intriga per il cuore fruttato di frutti di bosco. Ottimo, in primis, con lavorazioni a base di cioccolato. Proprio il sigaro e il suo fumo tolgono quei tocchi imprecisi di assestamento al naso e ci confortano con la dolcezza franca e fruttata della bocca. Non pesante e mai caricaturale, quindi non invadente la finezza del sigaro. Un gioco solare, un intreccio di suadenze. Ma non dimentichiamo anche il ristoro della bocca che il passito in black dona nelle fasi finali della fumata. Che si spande lieve, fino a scomparire verso il soffitto affrescato.





"Risponde appieno alle caratteristiche dell'olio siciliano, di cui è uno dei migliori esponenti..." - lomejordelagastronomia.com